L’adattamento cinematografico di una storia vera. Da giovedì 27 marzo al cinema.
di Paola Casella
Austin, soprannominato Ace Man, ha 13 anni e all’attivo già 27 fratture: è affetto da osteogenesi imperfetta, una malattia genetica che fa sì che le sue ossa particolarmente fragili si spezzino per un nonnulla. Austin ha anche una forma di autismo che lo rende logorroico e ipercinetico, un vulcano incontenibile di emozioni che la sua famiglia – composta dal padre Scott, la madre Teresa (a sua volta affetta da osteogenesi imperfetta) e il fratello minore Logan (che invece non ha nessuna patologia genetica) – fatica a gestire.
La storia di Il bambino di cristallo inizia durante la notte in cui “si è rotto proprio tutto”: e questa frase non si riferisce allo scheletro fragile di Austin ma al padre Scott che, completamente ubriaco, ha schiantato l’auto contro un albero, con i due figli a bordo,, rivelando che ad essere fatti “di cristallo” in famiglia non erano solo Teresa e Austin.
L’osteogenesi imperfetta era già al centro di un film italiano (malgrado il titolo) per ragazzi, Glass Boy, a sua volta basato sul romanzo “Il bambino di vetro” di Fabrizio Silei, e anche Il bambino di cristallo (il cui titolo inglese è The Unbreakable Boy, ovvero “il ragazzo infrangibile”) è l’adattamento cinematografico di un romanzo, anche se decostruisce la narrazione partendo appunto dal momento in cui “la bussola di Scott si è rotta, poiché sta fallendo come marito e come padre”.
Di fatto, più che la storia di Austin, il film narra infatti quella di Scott, ed è questo l’aspetto più interessante di un racconto altrimenti un po’ troppo zuccheroso, e in linea con altri film sulla disabilità giovanile come Wonder, o sul disagio adolescenziale come Diario di una schiappa, da cui Il bambino di cristallo prende a prestito le scritte in sovrimpressione e alcune animazioni.
Il tema del film non è tanto la disabilità in sé, ma la disabilità di un membro della famiglia come opportunità di crescita per tutti i suoi componenti, soprattutto quelli che hanno procrastinato la necessità di guardarsi dentro e affrontare i propri nodi. A Scott sembra succedere tutto per caso: il lavoro come rappresentante farmaceutico, la gravidanza di Teresa, il rapporto con i genitori, la malattia del figlio, l’alcolismo. Ha da sempre un amico immaginario che è l’unica persona cui confida i suoi pensieri e i suoi sentimenti più profondi, il che lo rinchiude in una sorta di autismo infantile ben più isolante di quello di Austin, e gestisce tutto ciò che gli accade senza mai guardare realmente in faccia le cose. Ma è una brava persona, e in qualche modo ci prova.
L’interpretazione di Zachary Levy, attore alto oltre un metro e novanta e noto come il supereroe comico di Shazam!, è qui davvero commovente, proprio perché fa leva sull’inadeguatezza di un’immagine ostinatamente “leggera” e di un modo superficiale di affrontare la vita. Il racconto, nonostante viri verso l’happy end e abbia momenti disneyanamente stucchevoli, non evita di mostrare le problematiche reali causate da una disabilità in famiglia, e l’impreparazione dei componenti ad affrontarle (nonché i costi astronomici, soprattutto negli Stati Uniti).
Il bambino di cristallo vede protagoniste persone smarrite di fronte a qualcosa di potenzialmente devastante, che invece può trasformarsi in una lezione di vita utile a tutti. Nota di merito particolare, oltre che per Levy, per il piccolo Gavin Warren, che interpreta Logan con più profondità e intelligenza di quanto gli sarebbe consentito dalla sceneggiatura.
Fonte: My Movies